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MotoGP: Yamaha e i segreti dell’elettronica Magneti Marelli

La Yamaha è chiamata ad un’autentica prova del nove: risolvere i tanti problemi della YZR-M1 riscontrati nella stagione 2017 e garantire una moto in grado di competere con Honda e Ducati per il titolo mondiale. In ballo c’è anche il futuro di Valentino Rossi che dovrà decidere se e per quanto tempo prolungare il contratto con il team di Iwata, oppure mettere fine alla sua leggendaria carriera ultraventennale.

Il destino del Dottore e di Yamaha si intreccia inestricabilmente come non mai. Il pesarese ha a disposizione cinque o sei gare per stabilire cosa ne sarà del suo futuro. Al Mugello i tifosi, ma anche i vertici della squadra, “pretendono” notizie certe. Se riuscirà ad essere competitivo, costantemente in lotta per il podio, l’unico dubbio sarà se proseguire per una o due stagioni. Nel 2017 Yamaha ha vissuto una delle peggiori stagioni nella storia della MotoGP, con appena 4 vittorie in 18 gare. Ma i risultati sono crollati sensibilmente con l’ingresso delle nuove gomme Michelin e della centralina unica Magneti Marelli.

Nel box VR46 non c’è stato modo di pensare ai tempi sul giro per concentrarsi sul mantenimento della gomma posteriore. Hanno ridotto la potenza per salvaguardare la gomma, ma è costato caro in accelerazione. Valentino non ha potuto sfruttare tutta la potenza del motore, perché la moto non era in grado di accelerare senza usurare il pneumatico. Bisogna studiare subito un nuovo telaio ripartendo da quello 2016, ma il grosso del lavoro toccherà agli ingegneri elettronici. E’ in questo settore che Honda e Ducati hanno avuto una marcia in più, perché hanno assunto alcune delle migliori figure dell’azienda italiana. “La Ducati ha lavorato con Magneti Marelli per molti anni e lo scorso anno HRC ha assunto un ingegnere elettronico che aveva lavorato in Ducati e poi in Magneti Marelli“, ha spiegato Silvano Galbusera. “Queste persone sanno tutto del sistema, quindi è più facile per loro trovare l’impostazione giusta”. L’imperativo è trovare una miglior accelerazione senza distruggere la gomma, ma preservando anche l’agilità che contraddistingue la M1 più di ogni altro prototipo MotoGP. Un’impresa tutt’altro che semplice.



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